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Sport e inclusione, la splendida storia della "Rossa volante"

Francesca Porcellato, plurimedagliata alle paralimpiadi, ospite al Panathlon Club Chioggia

Sport e inclusione, la splendida storia della "Rossa volante"

SOTTOMARINA - Lo sport come strumento di inclusione, la disabilità che scompare agli occhi del mondo. Nel mezzo la storia di Francesca Porcellato, che un incidente quando aveva 18 mesi l'ha costretta in carrozzina, ma che ha saputo affrontare la disabilità diventando una delle atlete italiane più medagliate di sempre. Ieri sera Francesca è stata la protagonista della conviviale organizzata dal Panathlon Club Chioggia nella splendida terrazza del Granso Stanco, ristorante di Sottomarina e storica sede del club. Accolta dalla presidente Stefania Lando e da tutti i soci del club, Francesca Porcellato ha presentato il suo libro "La rossa volante", edito da Baldini-Castoldi, nella quale racconta non tanto e non solo i traguardi olimpionici e mondiali raggiunti, ma come è cambiato il rapporto con la disabilità dagli anni Settanta a oggi.

E al termine della cena, la presidente Lando ha dialogato con la campionessa veneta - Francesca Porcellato è di Castelfranco Veneto - ripercorrendo la sua vita e la sua carriera sportiva, coadiuvata da alcune immagini proiettate sullo schermo che fissavano i momenti significativi della storia dell'atleta paralimpica. "E' il sogno di una bambina che si è realizzato - ha raccontato Francesca rispondendo alla domanda della presidente su cosa significassero per lei i tanti successi sportivi ottenuti - 14 medaglie olimpiche partecipando a 11 olimpiadi sono un bel bottino, ottenuto grazie all'impegno e al sacrificio". "Medaglie paralimpiche che hanno un doppio valore" ha incalzato la presidente Lando. "Sì perché rappresentano il mondo della disabilità, del quale se ne è sempre parlato poco ma che hanno contribuito a illuminarlo" ha risposto l'atleta.

Poi Francesca ha spiegato la genesi del titolo del libro "La rossa volante". "E il mio soprannome, me lo ha affibbiato un giorno uno speaker durante una competizione - le sue parole - mi vedeva sfrecciare sempre col sorriso stampato, e da quel giorno è diventato mio". Poi il racconto dell'incidente che a 18 mesi, era il 21 marzo del 1972, l'ha costretta a una carrozzina. "Fui investita da un camion nel piazzale di casa - ha ricordato - un momento difficile, tragico ma non fatale, perché sono riuscita a ricucire quasi tutte le ferite. E devo dire che grazie a due genitori tosti, in anni difficili come erano quelli per il mondo della disabilità, dove non si sapeva a chi rivolgersi in situazioni come quelle, mi portarono a Roma, in un centro riabilitativo, dove ho iniziato ad allenarmi. Dico allenarmi perché da quel momento e fino a oggi, la riabilitazione e l'allenamento ci sono stati sempre".

La presidente Lando, nello scorrere le immagini sullo schermo, si è soffermata su quella che ritraeva una piccolissima Francesca su una carrozzina. "E' stato il più bel regalo mai ricevuto, la carrozzina, perché mi ha dato la libertà - le sue parole - coi tutori non potevo muovermi bene, con la carrozzina ho avuto più autonomia: è stato amore a prima vista". Poi il racconto dell'avvicinamento al mondo dello sport. "All’età di 17 anni, uscendo da supermercato con una borsa gigante sulle gambe, un signore mi vide muovermi in modo agile con la carrozzina - ricorda - ha chiesto informazioni su di me e si è presentato a casa mia alle undici di sera, chiedendomi se volessi fare sport. Tennis tavolo, per la precisione. Ma il mio sogno era l'atletica leggera. Mi disse che avrei dovuto allenarmi tantissimo e difficilmente sarei potuta arrivare a dei risultati. Ma il fato ha voluto che pochi giorni dopo ci fosse l'ultima gara di qualificazione per il campionato italiano. Mi presentai, mi misero su una carrozzina di quelle utilizzate per le gare, e mi qualificai. E sui 100 metri, ai campionati italiani, vinsi il mio primo titolo".

Da lì la parabola sportiva di Francesca Porcellato è stata qualcosa di unico. Subito le olimpiadi di Seoul, dove vinse l'oro nei 100 metri e nella staffetta 4x100, un argento nei 200 metri e due bronzi nelle staffette 4x200 e 4x400. Poi ancora medaglie a Barcellona 1992, Sydney 2000 e Atene 2004: 10 in totale. Dopo i giochi di Atene, dove ottenne, tra gli altri, uno splendido argento negli 800 metri, è stata ricevuta al Quirinale con altri atleti per la nomina a Cavaliere dall'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. "C'è un aneddoto particolare in quella cerimonia - ha ricordato - durante il cerimoniale, dove eravamo tutti schierati al Quirinale, entrarono Ciampi e la moglie Franca. Lei 'ruppe' il cerimoniale dirigendosi verso di noi: io la guardavo, mi guardavo intorno, e mi chiedevo 'dove sta andando?'. Venne verso di me, mi abbracciò e mi disse 'Volevo conoscerti, io e mio marito ti abbiamo seguita in tv facendo un grande tifo, è bello incontrarti'. E quando sono andata dal presidente Ciampi per ritirare il cavalierato, mi ha guardato e mi ha chiesto 'Ti posso dare un bacio?'. E' stato un momento incredibile". Da quel giorno per il presidente Ciampi e per la moglie Franca, Francesca è sempre stata "la bimbetta". "Nel 2006 nel villaggio olimpico a Torino, ero in prima fila al loro arrivo e quando mi videro mi salutarono 'ciao bimbetta'".

Ma che ci faceva Francesca Porcellato all'apertura dei giochi olimpici invernali di Torino? Semplice, dall'atletica passò allo sci di fondo. "Il cambio disciplina me lo avevano proposto, chiedendomi di pensarci un po' su - il suo racconto - per me la neve era un limite, la mia prima risposta fu no. Poi, quando insistettero, mi presero in un momento particolare della mia vita, e mi strapparono un 'sì'. Mi diedero una slitta vecchia, ci salii su per provare: non volevo più scendere. Mio marito Dino mi guardò su quella slitta, vide che mi stava dando emozioni, ma mi disse che non era assolutamente adeguata. Lui è anche il mio allenatore, è il miglior allenatore italiano. Ha dovuto cambiare il tipo di allenamenti e far realizzare una slitta più performante, direttamente dai tecnici della Ferrari".

E se a Torino 2006 è stata una scommessa, che Francesca ha vinto anche solo qualificandosi per l'Olimpiade. "Devo dire che la cerimonia di apertura dei giochi di Torino è stata un'emozione incredibile, la più grande, lo stadio vibrava e piangevamo tutti dall'emozione di poter gareggiare in casa - prosegue - poi a Pechino sono stata portabandiera, è stato un orgoglio, perché è un ruolo che viene concesso non solo a un atleta che ha ottenuto risultati, ma che fosse d'esempio. Poi dicono che non porti benissimo alle gare fare il portabandiera, e in effetti è andata così: a Pechino mi sono beccata la mononucleosi, e come miglior risultato ho ottenuto un quarto posto".

Ma la vera consacrazione nello sci arrivò nel 2010, alle olimpiadi di Vancouver. "Quando lasciai il campo a Torino mi voltai indietro e mi dissi 'ci vediamo a Vancouver' - racconta ancora Francesca - e a quella olimpiade, nell'ultimo giorno di gara, c'era il chilometro sprint. La mia gara, quella che chiudeva i giochi: nonostante la pista sfatta, sono riuscita a concludere la gara divisa in tre manche senza cadere, vincendo l'oro. Era il 21 marzo 2010, l'anniversario del mio incidente, che ogni anno i miei genitori mi ricordavano come un giorno tristissimo. Quel giorno si è trasformato in un giorno di gioia, hanno visto la mia gara in diretta tv soffrendo ed esultando con me".

Potrebbe finire così una splendida carriera sportiva, ma a quarant'anni Francesca non ne voleva sapere. "Io e mio marito abitiamo a Valeggio sul Mincio, ogni anno lì c'è la festa del nodo d'amore, in 'onore' dei tortellini - spiega - per quella festa come madrina chiamarono me, e mi regalarono una handbike. La utilizzavo per allenarmi per lo sci di fondo, ma inconsciamente in quel momento misero un altro tassello alla mia carriera". Infatti dopo le olimpiadi di Sochi 2014, durante le quali non arrivarono medaglie anche per un grave infortunio patito a un gomito in una caduta, è partita l'avventura di Francesca nel ciclismo. "Mi sono preparata e mi sono qualificata per Rio, dove nonostante l'infortunio al gomito dal quale avevo recuperato con fatica, ho ottenuto due bronzi - ha spiegato - poi Tokyo, l'ultima paralimpiade, dopo cinque anni con tutta l’incertezza di come si sarebbe svolta. Quando siamo riusciti a partire era già un successo: siamo arrivati in un Giappone dove le misure restrittive per il covid erano strettissime, ci mettemmo 8 ore a uscire dall'aeroporto. Poi siamo rimasti chiusi nella camera dell'hotel fino alle gare, che si svolsero a porte chiuse. In quella occasione ho capito l'importanza del pubblico, in un autodromo silenzioso c'erano solo le nostre voci. Ma devo dire che ne è valsa la pena, perché alla fine ho ottenuto un argento nella gara a cronometro".

In mezzo a tutta la carriera sportiva, l'amore per il marito Dino Farinazzo. "Dino era il tecnico della nazionale e io una sua atleta, all'inizio avevo problemi negli allenamenti ed ci vedevamo più spesso per risolverli - ricorda - lì ci siamo innamorati, lui mi disse che non avrebbe più potuto allenarmi per non creare problemi con il team. Ma in cuor mio dicevo 'come posso stare insieme con il miglior allenatore italiano e non farmi allenare da lui?'. Alla fine l'ho convinto, i problemi sono stati tanti ma alla fine siamo ancora insieme e li abbiamo superati brillantemente". Ora Francesca Porcellato è tra le promotrici delle olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. E il suo sogno è che, attraverso l'impegno nello sport, si riesca a far sparire quel modo di vedere gli atleti paralimpici in modo diverso. "In questi anni l'Italia è cresciuta in questo senso, ma c'è ancora tanto da fare - conclude - insieme alle barriere fisiche dovranno sparire anche quelle psicologiche. E io ci provo, una goccia dopo l'altra tutto servirà per il cambiamento. Un passo avanti potrebbe essere quello di aprire e chiudere le olimpiadi senza cerimonie diverse tra gli atleti paralimpici: su questo stiamo lavorando".

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